Quanto
alla tecnica di costruzione delle strade è da tempo
largamente accettata
la descrizione data da Vitruvio per la messa in opera
di pavimenti, consistente essenzialmente in quattro strati:
statumen, rudus, nucleus, e pavimentum.
La sezione pavimentale indicata da Vitruvio aveva il seguente
aspetto:
pavimentum
- strato superiore di calpestio,
consistente in lastre o pietrame
di piccole dimensioni, allettato accuratamente con luso
di livella e righello, ed eventualmente levigato.
nucleus
- strato alto sei dita composto
di ghiaia ben compattata e malta nella proporzione di
3:1
rudus
- strato ben battuto con battipali
di legno sino ad avere unaltezza non
inferiore a ¾ di piede, di pietrisco misto a
malta nella proporzione di 3:1 se il
materiale è nuovo, se invece il materiale è
già utilizzato in precedenza nella
proporzione di 5:2.
statumen
- letto di pietre grandi almeno
da riempire il pugno della mano.
Prima
di porre questi quattro strati, Vitruvio consiglia di
controllare la solidità del terreno, e nel caso
che non fosse resistente, di batterlo e livellarlo e
descrive a lungo i legni da usare come regoli per lerezione
di muri in cemento.
Recenti
scavi hanno portato alcuni archeologi a sostenere che
questa tecnica non era una regola fissa per la costruzione
delle strade, non solo, ma che non era neanche seguita
nella realizzazione delle maggiori arterie della viabilità
romana. In realtà, Vitruvio non menziona affatto
le strade, tanto meno le arterie di maggior traffico
e rilevanza, ma descrive specificamente i pavimenti
degli edifici, sia interni che esterni, nel I° capitolo
del VII° libro, insieme alle volte, gli stucchi
e gli affreschi. Le indicazioni di Vitruvio furono applicate
per la prima volta anche alla sezione della sede stradale
romana da N. Bergier, nel suo Histoire des grands chemins
de lEmpire romain. Più aderente alla tecnica
di costruzione stradale ed unica testimonianza certa,
è la descrizione data da Stazio in 16 versi di
una poesia dedicata alla realizzazione della via Domitiana
che portava da Mondragone a Pozzuoli.
Prima di tutto si provvedeva a tracciare i margini della
strada con dei solchi, e quindi si effettuava lo scavo
della sede. Questo era poi riempito con del materiale
in modo da sostenerne i lati e da preparare una solida
base per il fondo stradale. I margini venivano delimitati
dagli umbones,
blocchi di pietra messi di taglio, posti tra i
gomphis
che si trovavano a distanze
regolari uno dallaltro, e che avevano probabilmente
la funzione di rendere più agevole la salita
a cavallo. Stazio esclama a riguardo del gran numero
di uomini coinvolti, ed elenca le attività delle
diverse squadre: Oh, quante squadre duomini
assieme lavorano! Questi abbattono la foresta ed estraggono
la pietra dai monti, questi col ferro spianano la pietra
cavata e le travi di legno; quelli fanno combaciare
i massi del selciato e compongono lopera con calce
e polvere di pozzolana; questi con impegno di lavoro
prosciugano le bassure acquitrinose e deviano lontano
i piccoli corsi dacqua.
Esistono in effetti esempi di tracciati che rispecchiano
la descrizione data da Stazio e nei quali la fossa
tra gli umbones ha più o meno una sequenza stratigrafica
simile a quella descritta da Vitruvio per i pavimenti.
Stazio non riporta che ad ogni lato delle file di umbones
che delimitavano la carreggiata si trovavano i
crepidines
(margines, semita, o crepido semitae) o marciapiedi,
spesso aventi le stesse fondazioni di questa ma, nella
maggior parte dei casi, non lastricati.
Nonostante elementi della descrizione
di Stazio siano riscontrabili in vari luoghi, su diverse
viae publicae, cè da considerare, però,
che Stazio si riferisce alla via Domitiana, completata
nel 95 d.C., e quindi la tecnica esposta appartiene
ad un periodo ed una zona geografica specifici. Inoltre
la descrizione non è completa. Scavi archeologici
su più tratti delle maggiori arterie della viabilità
romana, come la via Flaminia, testimoniano che in realtà
le tecniche utilizzate per la loro realizzazione erano
varie, dettate spesso dalle esigenze relative allorografia
dei territori attraverso i quali passavano. Si può
desumere da scavi archeologici condotti in Umbria che,
specialmente durante la Repubblica, prima delle grandi
ristrutturazioni imperiali, gran parte della viabilità
era di fatto glareata (inghiaiata).
La classica basolata sembrerebbe invece occorrere in
prossimità e dentro i centri urbani con tecniche
vincolate, come si è detto, dallandamento
del terreno e spesso dalla reperibilità dei materiali
e pertanto molto varie, anche lungo la stessa strada,
sia per la preparazione o le fondazioni, che per la
superficie basolata stessa. Il basolato della Flaminia
è tuttora visibile in numerosi segmenti fuori
Roma e allinterno di alcuni insediamenti, tra
i quali Ocriculum e Carsulae, sorti lungo il tragitto
che attraversa lUmbria.
Questa tipologia era probabilmente dovuta alla richiesta
estetica oltre che alle necessità dei trasporti
e di contenimento del polverume prodotto da un traffico
più o meno consistente.È il caso di menzionare
lesistenza di tipologie particolari di costruzione
utilizzate per il fondo stradale quando il tracciato
doveva passare attraverso territori che presentavano
delle difficoltà sostanziali per le tecniche
descritte, quali ad esempio le valli paludose.
Oltre alle sostruzioni di contenimento e alle strutture
di imbrigliamento delle acque (a proposito la sostruzione
che fungeva anche da viadotto in località Pieve
Fanonica nel comune di Foligno), non si hanno testimonianze
in Umbria, per via delle bonifiche intraprese in epoca
imperiale, ma si è pressoché certi che
lunghi tratti del fondo della Flaminia dovevano essere
originariamente in qualche modo palafittati. La gran
parte delle sedi stradali di epoca romana hanno qualche
forma di canalizzazione dellacqua piovana verso
i lati dove si trovavano solitamente delle canalette
di scolo. Percorrendo le viae publicae si incontravano
regolarmente i miliari che, utilizzati a partire dal
dal III sec a.C., davano, in origine, il numero di miglia
romane percorse dal luogo nel Foro Romano dove Augusto
pose il miliarium aureum nel 20 a.C., e in seguito la
distanza da o per diverse località e a volte
anche altre informazioni, tra le quali i nomi di coloro
che furono coinvolti nella costruzione o nel restauro
delle strade.
Chevallier ci ricorda che Cesare fece percorrere parecchia
strada in più ai suoi soldati per evitare i boschi
dove avrebbero rischiato di ritrovarsi in unimboscata.
Eppure, in diversi bassorilievi raffiguranti viaggiatori
sono presenti delle piante sullo sfondo. Alberature
limitrofe alle strade avrebbero avuto lutile funzione
di offrire riparo dal sole, dal vento e, limitatamente,
dalla pioggia. È quindi probabile che in tempi
di pace, se non appositamente piantate, venissero lasciate
crescere delle alberature lungo le strade.
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